Chi mi conosce da un po’ di tempo sa quanto siano cambiati i miei vini negli ultimi anni. Il problema è che cambiare non è mai facile, soprattutto se il cambiamento non è dettato da scelte di marketing ma da riflessioni che partono da più lontano.
La mia scelta più drammatica parte infatti da abbastanza lontano, ossia da quando è morto mio padre, nel 2006. All’epoca il vino non lo facevo io; per dirla tutta, io di vino nel 2006 non ne capivo quasi nulla. Lo vendevo, tenevo i registri dell’azienda di mio padre, emettevo le fatture e andavo alle fiere. Già mi sembrava di essere una viticoltrice, ma in realtà non era vero (poi questo l’ho capito dopo, insieme a tante altre cose).
Quando mio padre è morto mi sono trovata di fronte a una scelta [appunto] drammatica, come capita a tutti quelli che ci sono passati: continuare o mollare. Sembra semplice, ma in realtà non lo è affatto, non lo è mai.
Mollare è la cosa più facile: vendere, realizzare il più possibile e tornare a fare le fatture per qualcun altro, che quello lo sapevo fare bene.
Continuare è la cosa più difficile, perché a quel punto ti devi mettere in gioco in prima persona, e devi dimostrare a te stessa e a tutti quelli che non ti darebbero due lire che potresti pure farcela – e se siamo qua a raccontarcelo avete già capito che ho deciso di continuare.
Continuando, ho ereditato tutto un pregresso che era, bene o male, la mia storia. Breve, per carità, ma comunque il punto fermo da cui dovevo partire per capire chi ero e soprattutto chi volevo diventare. Ho ereditato quindi una impostazione agronomica, una filosofia di produzione, uno “stile” aziendale che si rifletteva [anche] sulle etichette e dei clienti a cui quello stile piaceva. Nonché degli agenti ed una filiera di distribuzione che contavano parecchio su quello stile e su quella filosofia di produzione, perché quella conoscevano e quella avevano imparato a vendere e a comunicare nel corso degli anni.
Il problema era che a me quello “stile” ha iniziato a non piacermi più. Voglio dire: man mano che “continuavo”, man mano che l’azienda di mio padre iniziava a diventare la mia azienda, ho capito che ciò che prima eravamo non ero io. Non erano miei i vini. Non sapevo ancora bene quali fossero i miei vini, ma ero sicurissima che quelli che facevamo non erano i miei.
È a questo punto che ho incontrato Alessandro.
Alessandro è un enologo, un vignaiolo e una bella persona, e quello che ha fatto per me, senza neanche rendersene conto, è qualcosa che non si può ripagare. Mi ha insegnato a lavorare. Mi ha insegnato ad ascoltare, a guardare, ad aspettare, ad innamorarmi del vino e ad imparare dai miei errori – oltre che a fare le fermentazioni spontanee, a passare il peracetico nei tubi, a riconoscere le punture della fillossera, a sfalciare, a costruire un cappello sommerso, a non andare nel panico in vendemmia e tante altre cose. E poi ha fatto la cosa più importante di tutte: mi ha detto “adesso fai da sola”.
E fare da sola significa iniziare a fare qualcosa di completamente nuovo, ma anche – a un certo punto – rimettere mano a tutta la tua storia, perché solo così la tua storia può essere tutta, completamente, tua.
È così che ho iniziato a mettere le mani nei vini, che pian piano sono iniziati a diventare i miei vini. Prima i vini “nuovi”, quelli che avevo urgenza di fare: Ammàno, Ciàtu, Coste al Vento, Microcosmo, Arèmi, le Inzolie. E poi tutti gli altri, indipendentemente dal fatto che esistessero prima o dopo.
È stata una bella sensazione: a un certo punto mi sono accorta che non c’era più un prima e un dopo, c’era solo un adesso. Ed erano tutti vini miei.
Ed è qui che torniamo alle etichette.
I vini erano cambiati, tutti, ma molte etichette erano rimaste le stesse. Erano come un vestito vecchio che non ti sta più bene, perché il tuo corpo negli anni è cambiato: magari sei ingrassata, magari dimagrita (magari!), di sicuro i tacchi alti ti fanno malissimo ai piedi e non sopporti più i reggiseni.
E quindi arriva il tempo di cambiare tutti i vestiti, e tutte le scarpe, e tutte le etichette.
Ti dispiace un po’, perché a quei vestiti e a quelle etichette ti ci eri affezionata. Ma non rappresentano più quello che adesso c’è nella bottiglia: i vini che sono cambiati, le scelte nuove che hai fatto, le volatili che si sono un po’ alzate, le macerazioni che si sono allungate, le botti che sono invecchiate, i solfiti che sono quasi spariti, le chiarifiche che sono scomparse da un bel pezzo, gli additivi enologici che non hai mai più comprato, il frigo che ti dimentichi di accenderlo, la fresa che prende polvere nella rimessa, il dinamizzatore elettrico che dovresti comprare perché fare il vortice a mano è una bella fatica.
Adesso ho appena rifatto quelle di Azimut, La Vota, Coda della Foce. E sono veramente bellissime.